giovedì 23 giugno 2011

Lo Specchio nello Specchio - Michael Ende - Quinto Racconto


Riprende dopo molto moltissimo tempo la pubblicazione di questa serie di racconti di Ende. Chiedo umilmente venia a chi stava aspettando...

UN PESANTE DRAPPO NERO…




UN pesante drappo nero, che ai lati e in alto si perde nell'oscurità, scende in lunghe pieghe verticali che di tanto in tanto, mosse da un'impercettibile corrente, ondeggiano pian piano avanti e indietro.
Gli avevano detto che quello era il sipario e che, appena avesse iniziato ad alzarsi, doveva cominciare a danzare. Gli era stato inoltre raccomandato di non irritarsi per alcun motivo perché a volte accadeva che da lì, in alto, la platea apparisse soltanto come un baratro vuoto e buio, mentre in altri momenti sembrava di gettare uno sguardo all'operoso andirivieni di un mercato o di una strada affollata, a un'aula o a un cimitero, si trattava però solo di un'illusione dei sensi; in breve, senza curarsi delle proprie impressioni o se qualcuno stesse a guardare o meno, all'alzarsi del sipario egli doveva cominciare a ballare il suo a solo.
Perciò se ne stava lì, la gamba portante e la flessa incrociate, la mano destra penzoloni, la sinistra appoggiata morbidamente sul fianco, e aspettava l'inizio. Di tanto in tanto, stanco, cambiava posizione trasformandosi nell'inverso della sua immagine, così come un'immagine è riflessa in uno specchio.
Ancora il sipario non si decideva ad aprirsi.
La poca luce proveniente dall'alto era concentrata su di lui, ma bastava appena perché potesse scorgersi i piedi. Il cerchio luminoso gli consentiva di distinguere a stento il pesante drappo nero che gli stava davanti. Era l'unico punto di riferimento di cui disponeva per mantenere la giusta direzione, essendo il palcoscenico immerso nell'oscurità totale e vasto come una pianura.
Si chiese se ci sarebbe stato uno scenario e che cosa avrebbe potuto rappresentare. Per il suo numero non era molto importante, ma gli sarebbe piaciuto sapere su quale sfondo il pubblico lo avrebbe visto. Un salone? Un paesaggio? All'alzarsi del sipario sarebbe cambiata sicuramente anche l'illuminazione e questa domanda avrebbe avuto una risposta. Se ne stava lì e aspettava, la gamba portante e la flessa incrociate, la mano sinistra penzoloni e la destra appoggiata con noncuranza sul fianco. Di tanto in tanto, stanco, cambiava posizione trasformandosi di nuovo nell'inverso del riflesso della sua immagine.
Non doveva distrarsi perché il sipario poteva alzarsi in ogni momento. Allora avrebbe dovuto essere presente anima e corpo. Il suo numero si apriva con un violento colpo di timpano e uno sfrenato turbinio di salti. Se avesse sbagliato l'attacco, sarebbe stato tutto perduto, non avrebbe più ritrovato il tempo. Rivide col pensiero tutti i passi, piroette, entrechat, jeté e arabesque.
Era contento, tutto era ben chiaro nella sua mente. Di sicuro avrebbe fatto un buon lavoro. Sentiva già scrosciare gli applausi come il mugghio dorato del mare. Ripensò anche al modo in cui avrebbe ringraziato il pubblico, perché era importante. Chi riusciva a farlo bene poteva prolungare notevolmente gli applausi. E mentre pensava a questo, se ne stava lì e aspettava, la gamba portante e la flessa incrociate, la mano destra penzoloni e la sinistra mollemente appoggiata sul fianco. Di tanto in tanto, sempre più stanco, cambiava posizione trasformandosi di nuovo nell'inverso del riflesso della sua immagine riflessa.
Il sipario non si alzava ed egli se ne chiedeva il motivo. Si erano forse scordati che lui era già sul palcoscenico, pronto a iniziare? Lo stavano cercando nel suo camerino, alla mensa del teatro o a casa, torcendosi le mani per la disperazione? Doveva forse manifestare la propria presenza nel buio del palcoscenico, chiamare, fare dei cenni? Oppure non lo cercavano affatto e lo spettacolo era stato rimandato per qualche motivo? Che avessero deciso di sospenderlo proprio all'ultimo momento senza avvertirlo? Magari se n'erano già andati tutti, senza pensare che lui stava aspettando di entrare
in scena. Da quanto tempo era lì? Chi lo aveva indirizzato in quel posto? Chi gli aveva detto che quello era il sipario e che appena si fosse alzato doveva iniziare a danzare? Si mise a contare quante volte si fosse già trasformato nella propria immagine riflessa e nell'immagine riflessa della propria immagine riflessa, ma poi si impose di non farlo per non venire colto di sorpresa dall'improvviso alzarsi del sipario e per non ritrovarsi, confuso, non più compreso nella sua parte, a fissare smarrito il pubblico. No, doveva restare calmo e concentrato!
Ma il sipario non si muoveva.
A poco a poco la felice eccitazione dell'inizio si mutò in una profonda amarezza. Si sentiva bistrattato. Avrebbe voluto correre via dal palcoscenico per andare a protestare violentemente da qualche parte, gridare in faccia a qualcuno la propria delusione e la propria rabbia, fare una scenata. Ma non sapeva con sicurezza dove dirigersi. Quel poco che riusciva a scorgere del drappo nero che aveva davanti costituiva la sua unica possibilità di orientarsi. Se avesse lasciato quel punto, avrebbe brancolato nel buio perdendo immancabilmente l'orientamento. E poteva benissimo darsi che proprio in quel momento si alzasse il sipario e risuonasse il colpo di timpano che segnava l'inizio. Ed egli si sarebbe ritrovato al posto sbagliato, le braccia tese in avanti come un cieco e magari con le spalle rivolte al pubblico! Impossibile! All'idea avvampò per la vergogna. No, no, doveva assolutamente restare lì dov'era, bene o male che fosse, e aspettare che qualcuno gli facesse un segno. Perciò stava lì, la gamba portante e la flessa incrociate, la mano sinistra penzoloni e la destra pesantemente appoggiata sul fianco. Di tanto in tanto, sfinito, cambiava posizione trasformandosi per l'ennesima volta nella propria immagine riflessa.
A un certo punto rinunciò a credere che il sipario si sarebbe mai alzato, pur sapendo nello stesso tempo di non poter lasciare il suo posto, perché non era del tutto da escludere la possibilità che invece, inaspettatamente, esso si aprisse. Da un pezzo aveva cessato di sperare o di provare rabbia. Non poteva far altro che restare lì dov'era, qualsiasi cosa accadesse o non accadesse. Non gli importava più niente della sua esibizione, che risultasse un successo o un fiasco clamoroso, o che addirittura non avesse luogo. E poiché gli era diventato indifferente, dimenticò, uno dopo l'altro, tutti i passi e i volteggi del numero. Aspettando, dimenticò persino che cosa aspettava. Ma rimase lì, la gamba portante e la flessa incrociate; di fronte a sé il pesante drappo nero che ai lati e in alto si perdeva nell'oscurità.

lunedì 22 febbraio 2010

L'esperimento Carcerario di Stanford: vittime e carnefici

Qui di seguito l'articolo apparso su Kronstadt numero 52, un gran bel numero che affronta la difficile tematica della vita carceraria... che altro dire, speriamo in una società più civile!!!

Kronstadt 52


L'esperimento carcerario di Stanford: vittime e carnefici.

Quali sono le complesse dinamiche sociali che entrano in gioco in una situazione particolare come la vita carceraria è sicuramente una domanda che la maggior parte delle persone non si è mai posta e mai penserà di porsi. Probabilmente questa mancanza di curiosità è dettata da una semplice motivazione: le persone che non hanno mai avuto a che fare con una esperienza del genere non indagano sui problemi della vita in carcere e, similmente, quelle che hanno sperimentato sulla propria pelle la reclusione l'hanno o accettata passivamente o rifiutata con ostilità, ma raramente analizzata in termini sociali -con motivazioni più che legittime, sia ben chiaro-. Uno psicologo, però, il dottor Philip Zimbardo della Stanford University di Palo Alto in California, nel 1971 compì il più famoso e sconcertante studio simulato sulla psicologia della vita in prigione mai condotto. Zimbardo e la sua equipe, nell'agosto di quell'anno, mentre la maggior parte degli studenti era assente dalla struttura, ricostruirono nei sotterranei dell'università una piccola prigione, in tutto e per tutto concettualmente simile alle prigioni reali. Grazie all'ausilio di alcuni annunci sui giornali locali reclutarono una settantina di studenti universitari che accettarono di sottoporsi al loro esperimento in cambio di una "paga" di 15 dollari al giorno. Al termine dei test attitudinali, volti a scartare individuali psicologicamente deboli o con dipendenze o passate esperienze di droghe ed alcool, selezionarono 24 di questi studenti, divisi a loro volta, tramite un sorteggio completamente casuale, in 12 guardie e 12 reclusi. Zimbardo sottolineerà in seguito questo punto: fino al momento della divisione i partecipanti avrebbero potuto essere indifferentemente agenti carcerari o detenuti, erano per così dire uguali, uomini adulti, di buona estrazione sociale, senza particolari propensioni per nessuna delle due parti. L'esperimento cominciò il giorno successivo la distinzione. Grazie agli accordi stesi tra il professore e la polizia locale i 12 "colpevoli" vennero prelevati dalle loro case con un reale arresto davanti agli occhi dei genitori e dei vicini di casa. Dapprima condotti alla stazione di polizia vennero in seguito trasferiti nel finto carcere ricostruito in università, dove nel frattempo le guardie si apprestavano a calarsi nel loro ruolo. Non venne fatta ai secondini una particolare preparazione, gli venne semplicemente detto che spettava a loro mantenere l'ordine nella struttura e che loro sarebbe stata la responsabilità della prigione. Vennero esplicitamente negate le punizioni corporali, escluse le quali ogni altra azione venne considerata legittima. In breve tempo Zimbardo e gli altri psicologi assistettero alla trasformazione dei 24 individui. Da una parte le guardie col passare dei giorni divennero sempre più spietate, il potere di cui erano state investite legittimava i comportamenti più negativi nei confronti dei prigionieri. Completamente immedesimate nel loro ruolo adottarono tecniche volte a dividere il gruppo dei carcerati, mettendoli gli uni contro gli altri. La responsabilità della struttura e la loro posizione sociale all'interno di quel sistema chiuso spinsero quegli studenti a diventare dei veri e propri aguzzini. Dall'altra parte il gruppo dei prigionieri si dimostrò altrettanto bene immedesimato nella parte, arrivando in alcuni casi a non presentarsi più con il proprio nome ma con il numero di matricola loro assegnato. Alcuni ragazzi ebbero crisi isteriche e vennero allontanati dall'esperimento, altri nonostante gli inviti rifiutarono a lungo di andarsene per non fare, nei confronti dei compagni, la parte del "cattivo prigioniero". Dettaglio quantomeno sconcertante è che lo stesso Zimbardo e diversi membri della sua equipe abbandonarono momentaneamente il ruolo di psicologi e senza rendersene conto nel frangente assunsero veri comportamenti da direttori della prigione. L'esperimento venne concluso 6 giorni dopo l'inizio a causa dei problemi sempre più gravi che andavano manifestandosi, in particolare durante le ore notturne, quando cioè le guardie pensavano di non essere viste dalle telecamere degli studiosi. Avrebbe dovuto durare, nei piani di Zimbardo, due settimane. Gli psicologi della Stanford University erano riusciti, senza fare nulla di particolare, a ricreare il clima di una vera prigione degli Stati Uniti di quegli anni: dividendo gli studenti in due gruppi distinti dalle diverse posizioni nel sistema erano riusciti ad attuare quel processo di de-individualizzazione che induce una perdita di responsabilità personale. Qualsiasi appartenente ai due gruppi è portato a vedere le proprie azioni come frutto del "gruppo" e non più dell'"individuo. Un processo molto pericoloso che ne innesca altri a catena e che già molte volte nella storia abbiamo incontrato, sempre in occasione di fatti terribili e drammatici. Un processo che purtroppo non è estraneo nemmeno alle nostre carceri italiane.

Per approfondire:

Sito dell'Esperimento Carcerario di Stanford - contiene il resoconto dell'esperimento, anche in lingua italiana, foto e video. Particolarmente interessati i documenti e i link alla fine delle slides -

Philip Zimbardo, L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa?
XXXVI-769 pag., ill., 34,80 € – Edizioni Raffaello Cortina 2008 (Scienza e idee) ISBN 978-88-60-30157-4

La pagina di Wikipedia

Puntata de "La Storia in Giallo" con un'intervista allo psicologo e criminologo Angelo Zappalà.

M.S.

martedì 16 febbraio 2010

Lo Specchio nello Specchio - Michael Ende - Quarto Racconto

Il tempo è denaro... tutto ruota intorno al denaro... il denaro è il nuovo dio dell'età contemporanea... chissà quale avrebbe voluto essere il significato di questo racconto di Ende? Certo è che in alcune sue immagini, nella genialità di alcuni dialoghi - monologhi in verità, perchè in questa stazione intermedia a nessuno forse importa comunicare, quello che importa a tutti invece è soltanto il denaro - non si possono non ritrovare le metafore di comportamenti che purtroppo vediamo nella nostra reale quotidianità...
Poveri noi...

Orfico Proliferare - Edgar Ende


LA CATTEDRALE DELLA STAZIONE SI ERGEVA SU UN GROSSO LASTRONE…


LA cattedrale della stazione si ergeva su un grosso lastrone di pietra color ardesia che fluttuava nello spazio vuoto e crepuscolare.
A diversa distanza passavano altre isole di quel tipo, più grandi o più piccole, alcune tanto lontane da non poter vedere ciò che vi accadeva, altre abbastanza vicine da potersi scambiare dei cenni. Alcune erano dotate della stessa velocità e si mantenevano quindi a una distanza costante, altre, più o meno veloci, correvano avanti o restavano indietro fino a scomparire dalla vista. Sembravano per lo più disabitate o comunque apparivano buie, soltanto poche erano illuminate come quella su cui si ergeva la cattedrale della stazione, un edificio babilonico di inaudite proporzioni, non ancora ultimato, come testimoniavano le molte impalcature. Dai muri traforati come filigrana filtrava una luce scintillante. Dall'interno giungeva una musica d'organo.
Rimbombò una voce da un altoparlante: « Attenzione, attenzione! I viaggiatori che aspettano la coincidenza! Il treno speciale proveniente da d sigma elevato al quadrato arriverà regolarmente all'ora t più dt al binario ct... »
Sui marciapiedi della stazione, grigie masse di gente ondeggiavano qua e là, si pigiavano in fiumi che scorrevano l'uno accanto all'altro, trascinavano carichi, gesticolavano, gridavano e ogni tanto le correnti si scontravano mescolandosi. Gruppetti sparsi stavano accoccolati sul pavimento o su montagne di bagagli legati alla meno peggio, scatole, casse e pacchi. Erano tutti vestiti di luridi stracci, gentaglia, pezzenti, pieni di croste e di pidocchi, cisposi, abbrutiti. Ma le ceste, le valigie e i sacchi che avevano con sé traboccavano di biglietti di banca. Sui carrelli portabagagli, spinti a fatica in mezzo alla calca, erano ammassati mucchi di mazzette di banconote.
All'estremità di un marciapiede, là dove finiva la tettoia e una dozzina di binari si lanciavano nello spazio vuoto, un pompiere osservava con occhi sgomenti quell'andirivieni. Portava un'uniforme blu con lucidi bottoni d'ottone, l'elmetto col salvanuca di cuoio e, dentro il fodero, alla cintura, la scintillante scure nichelata. Baffi spessi e neri gli orlavano il labbro superiore.
Proprio lì vicino una giovane, gracile donna era alle prese con una grossa borsa da viaggio che trascinava a stento. Indossava una specie di cilicio, una tonaca nera e pesante, tutta logora. Il cappuccio incorniciava un volto magro e pallido d'asceta, dagli occhi ardenti.
Il pompiere si avvicinò alla giovane donna.
« Permette? » chiese, « posso esserle di aiuto? »
Stupita, lei lasciò che l'uomo le togliesse la borsa di mano e se la caricasse sulle spalle. « Dove? »
« Sente l'organo? » disse lei. « Presto tocca a me. Devo andare nell'atrio. »
Egli fece strada scavalcando alcuni poveracci che dormivano a terra col capo appoggiato su mazzette di banconote.
« Che cos'è questa? » gridò voltandosi indietro, « voglio dire, come si chiama questa stazione? »
« Stazione intermedia », rispose lei.
« Ah! » fece, gettandole uno sguardo in tralice, nel dubbio di non avere capito bene in quel frastuono.
« Anche per lei? Io sono qui infatti solo di passaggio, grazie a Dio! Devo soltanto prendere la coincidenza. »
« È quello che pensano tutti », replicò la donna, « lo pensavo anch'io. Ma la stazione intermedia è la stazione terminale... almeno finché non finisce l'incantesimo. E non finisce. Non finisce. »
Rimbombò l'altoparlante: « Tredicimila settecentoundici... tredicimila settecentodieci... »
Un gruppo di figure simili a tanti spaventapasseri s'infilò fra loro e li divise. Quando la donna riuscì a tornare da lui, gli disse in fretta: « Non arriveremo mai, Nessuno, qui. E lei lo sa bene quanto me, non è così? »
« Che cosa dovrei sapere? » domandò lui, mentre si caricava la pesante borsa da viaggio sull'altra spalla, « io non so proprio niente. »
« Che qui non ci sono treni che arrivano o partono. Che sono tutte menzogne! »
« Che assurdità! » ribatté lui, « io sono appena arrivato e non ho certo intenzione di rimanere. Che farei qui? »
La donna fece udire una breve risata priva di gioia. « Davvero? Si vedrà. Lei dove vuole andare? »
« A una festa », rispose incerto, « una parata o qualcosa del genere... devo ricevere una decorazione... credo. » Un po' stizzito concluse: « Scusi, ma questo non la riguarda affatto ».
Entrambi furono scaraventati di qua e di là dalla marmaglia e la donna si attaccò saldamente al suo braccio.
« Nessuno arriverà! » gli gridò nell'orecchio. « Nessuno! Nessuno! »
Dovettero scansare un carretto di ferro dalle ruote cigolanti che un mascalzone, un gigante con la testa calva coperta di pustole, stava spingendo contro di loro. Sopra il carretto c’era una piccola bara celeste mezzo scoperchiata, traboccante di banconote. Il pompiere la fissò mentre si asciugava con la mano libera il sudore che all’improvviso gli bagnava la fronte. Poi proseguì in fretta, facendosi largo a sua volta di prepotenza attraverso un gruppo di straccioni.
Ora il pompiere e la giovane donna avevano quasi raggiunto il grande arco della porta che fungeva da ingresso all’atrio. La musica d'organo era lì tanto assordante che diventava difficile capirsi. Quando cessò per un attimo egli disse: « Lo sa? Sento ticchettare la sua sveglia nella borsa ».
Lei si fece ancora un po' più pallida.
« Non è una sveglia », replicò con voce roca.
«Dodicimila novecentotre... » tuonò l'altoparlante, «dodicimila novecentodue... dodicimila novecentouno... »
Quando, apertisi un varco attraverso una fiumana di gente, giunsero nel grande atrio, egli posò a terra la borsa. Rimasero addossati a un pilastro dell'arco pigiati l’uno contro l'altra dalla folla.
L'atrio era immenso e si perdeva verso l'alto nell’oscurità. Sul lato sinistro si trovava una sorta di abside; a destra a mezza altezza, c'era un vano rientrante su cui, grande come una montagna, torreggiava l'organo. Nella parte superiore dell'abside, al posto del rosone, cera un grosso orologio col quadrante illuminato da tergo ma privo di lancette. Sotto, su un piano rialzato, si ergeva l'altare al cui centro stava il tabernacolo. Questo aveva la forma di un'imponente cassaforte, con cinque serrature a combinazione di numeri disposte come un pentagramma rovesciato sullo sportello. Non soltanto l'altare e il tabernacolo, ma persino ogni aggetto, ogni balaustrata e ogni spazio che solo lo consentisse erano ricoperti di candele dalle fiamme tremolanti. Ovunque la cera, colando, aveva formato cascate irrigidite, barbe di gocce e stalattiti. Centinaia di scale di diversa altezza erano appoggiate tutt'intorno alle pareti. Nella sala la ressa dei miserabili era ancor più tremenda che fuori, ai binari. Le masse creavano veri e propri vortici e fiumi che andavano a rompersi l'uno contro l'altro. L'aria era torrida come in un forno, sulla calca aleggiavano nuvole di fumo e di polvere, c'era puzza di sudore e di immondizia.
Davanti all'altare poveri diavoli vestiti di camiciotti color grigio-sporco lunghi fino alla caviglia saltellavano senza posa come per una danza rituale, figure grottesche con nasi a grappolo, gozzi, gobbe, ventri cascanti, nuche bitorzolute, bocche sdentate e arti deformi. Agitavano concitatamente ogni sorta di arnesi o facevano gesti con le dita sopra le teste della folla, quasi fossero agenti di borsa. Di tanto in tanto la cassaforte veniva aperta e ne usciva un carico di mazzette di banconote. Uno di quegli infelici prendeva una mazzetta e, tenendola sollevata solennemente con ambedue le mani, la mostrava alla folla. Questa cadeva in ginocchio, l'organo strepitava a più non posso e un coro di migliaia di voci gridava: « Miracolo e mistero! ». Le mazzette erano distribuite fra i miserabili delle prime file e la cassaforte veniva richiusa. Il rituale ricominciava subito da capo. I beneficiati si facevano strada attraverso la ressa per portare al sicuro il loro guadagno, mentre quelli che si accalcavano dietro ne prendevano il posto. Abili garzoni si affaccendavano senza posa su e giù per le scale, depositando qua e là, in alto, alle pareti, le mazzette di banconote.
Solo allora il pompiere si rese conto che tutti i muri, tutte le colonne e i pilastri, anche quello contro cui stava pigiato, erano fatti di mazzette di banconote accatastate l'una sull'altra. L'intera cattedrale era costruita con mattoni di cartamoneta e ancora si continuava a lavorarvi, perché a ogni apertura il tabernacolo ne vomitava in gran massa. Le migliaia e migliaia di fiammelle delle candele danzavano e ondeggiavano, mentre la cera colava e gocciolava.
« Santo cielo! » mormorò il pompiere, « è contro ogni disposizione di sicurezza! Questa è pura follia! »
Si tolse l'elmo e ne asciugò col fazzoletto il giro interno di cuoio. Si era sbottonato la giacca. L'organo taceva.
« Mi farebbe un favore? » gli chiese la giovane donna che lo aveva osservato in silenzio. « Io devo andare subito nel matroneo. Non starò via a lungo. Potrebbe nel frattempo badare alla mia borsa? »
Egli annuì distratto, senza riuscire a staccare gli occhi dalle file interminabili delle candele, e disse: « Non può andare liscia ».
Un tipo con l'aria da furfante e una cassetta appesa al collo gli si parò improvvisamente davanti. Portava in testa una bombetta e aveva le guance così incavate che parevano quasi dei buchi. Nella cassetta c'erano alcuni mucchietti di buste chiuse.
« La fortuna la insegue, signor capitano! » disse il tipo con un sorriso losco. « Non la respinga! Non si lasci sfuggire questa occasione unica, non le capiterà mai più! Colga la possibilità che le viene offerta! »
« La fortuna? » domandò il pompiere, « cosa intende dire? »
II tipo lo guardò con occhi di pesce, le sue mani corsero nervosamente sulle buste. « Non costa niente. È tutto gratis. Ne approfitti! »
« Gratis? » il pompiere scosse la testa. « Senta, temo di non essere abbastanza ricco da potermi permettere qualcosa che non costa niente. »
II furfante ridacchiò. « Giusto, i misteri del vero profitto sembrano a volte paradossali. Ma si fidi di me, signore, e ne approfitti! Le assicuro che lei avrà presto tanto denaro da potersi permettere di avere accettato! »
« Che cos'ha lì? »
II farabutto fece di nuovo una smorfia che pareva un sorriso. « Signore, le offro le ultime azioni della cattedrale della stazione. Se le prende - senza pagare nulla, come ho già detto - avrà anche lei la sua parte della Miracolosa Moltiplicazione del denaro. »
« No, grazie », rispose il pompiere, « non voglio averne alcuna parte. Sono solo di passaggio qui e desidero ripartire al più presto. »
« Questo lo pensavano tutti », disse il tipo, « ma poi hanno cambiato idea. Lei vede quanti sono a saper fare i propri interessi, e aumentano sempre di più. Tante persone intelligenti non possono certo sbagliare... oppure lei si considera tanto più intelligente di loro? »
« Inoltre », proseguì il pompiere imperturbabile, « non durerà comunque molto a lungo. Presto finirà male. »
« Si sbaglia! » gridò l'altro, « la Miracolosa Moltiplicazione del denaro continuerà in eterno. Non cesserà mai. E fintante che non cesserà nessuno vorrà partire. E fintante che nessuno vorrà partire i treni non funzioneranno. Tutto resterà così com'è ora. Ma non vuole anche soltanto un paio di azioni? Almeno due o tre? »
« No! » urlò il pompiere.
« Va bene, va bene! » II furfante alzò le mani in un gesto conciliante. « Ma non venga poi a lamentarsi da me! Io glielo avevo detto. »
Sollevò il cappello e scomparve fra la folla.
« Diecimila settecentonove... » tuonò l'altoparlante, « diecimila settecentootto... diecimila settecentosette... »
L'organo riattaccò a suonare, stavolta in sordina. La melodia sembrava un antico corale, ma si sentiva soltanto una voce di donna. Si librava calda e forte nell'immensa sala. Nessuno ci faceva caso, solo il pompiere alzò gli occhi stupito verso il matroneo dal quale veniva il canto. Riconobbe la giovane donna con la tonaca nera, che stava in piedi alla ringhiera e cantava.
« Un'artista! » sussurrò, « una vera artista! Non l'avrei mai pensato! »
Era così preso dalla bellezza della voce che all'inizio non prestò attenzione alle parole del canto. C'era in essa un particolare tremolio che lo toccava quasi fisicamente nel più profondo dell'animo. Soprattutto quando dai toni alti passava d'improvviso a quelli più bassi, un piccolo calo isterico che lo colpiva proprio alla bocca dello stomaco. Egli ascoltava estasiato, e ora anche le parole si facevano strada nella sua coscienza:

Erranti nel tumulto del mondo
senza meta nel tempo noi siamo.
Solo per amor puro e profondo
qui e adesso noi arriviamo.
Anima mia, all'erta sta:
ora e qui è l'eternità.

Poi lei indietreggiò e scomparve alla vista. L'organo riprese a strepitare variando motivo. Dall'altra parte, all'altare, venne riaperto il tabernacolo e ne uscirono mucchi di banconote.
« Diecimila cinquecentodiciotto... » tuonò l'altoparlante, « diecimila cinquecentodiciassette... »
Una mendicante con una gerla piena di biglietti di banca, passando accanto al pompiere, gli pestò il piede con una delle grucce e lo destò dal suo rapimento. Egli si guardò intorno per cercare la borsa che la cantante gli aveva affidato e si accorse con sgomento che era sparita. Si fece largo attraverso la ressa della marmaglia, scrutò e perlustrò in giro, ma non riuscì a trovarla da nessuna parte. Sicuramente gli era stata rubata mentre ascoltava la musica, o forse anche prima, quando si era lasciato coinvolgere nel diverbio con l'uomo dalla cassetta. Maledisse la propria disattenzione. In ogni caso doveva avvertire subito la giovane donna.
Si gettò in mezzo alla massa urlante della canaglia, fu preso in un vortice che lo trascinò e approdò infine, remigando e menando colpi all'impazzata, ai piedi della scala che conduceva al matroneo. Quando provò a salire, fu aggredito da un paio di giovinastri dall'aria losca i quali, prima che lui potesse rendersi conto di quanto accadeva, gli torsero le braccia dietro la schiena.
« Sei un azionista? » domandò uno di loro.
Il pompiere scosse la testa.
« Allora che vai cercando qui? »
« Devo dire una cosa alla cantante. È urgente. Lasciatemi andare, per favore! »
I giovinastri si scambiarono un'occhiata, poi spinsero il pompiere su per le scale. Anche qui, come dappertutto, c'erano candele, persino sul corrimano e sui gradini.
Sopra, all'organo, un uomo imponente a torso nudo bagnato di sudore, era seduto davanti alla tastiera. I capelli lunghi e grigi e la barba formavano un groviglio arruffato e untuoso, persino le spalle e la schiena erano coperte di ispidi peli. A cavalcioni sulle sue ginocchia con le braccia allacciate alla sua nuca, era seduta la giovane donna. Aveva la nera tonaca sollevata fino ai fianchi, sotto era nuda. Il suo viso era inondato di sudore e di lacrime. Teneva gli occhi chiusi e la bocca aperta come in un grido silenzioso, mentre l'uomo, con ampi movimenti delle mani e delle gambe, maltrattava lo strumento. Il suono faceva vibrare l'intero matroneo.
I tipacci dettero un'altra spinta al pompiere mandandolo quasi a sbattere col viso contro i due. Ora egli sentì che l'uomo e la donna parlavano gridando tra di loro.
« È già buio? »
« Non ancora, caro. »
« Appena è buio, tagliamo la corda. »
« Sì, caro. »
« Non ti preoccupare, piccola. Ci tireremo fuori di qua, te l'ho promesso. Mi sono sempre tirato fuori da ogni situazione, o, almeno, la maggior parte di me. Nel buio sono in vantaggio. »
« Non diventerà mai buio! » gridò lei, « non finirà mai! Noi non arriveremo mai! »
« Scusate! » urlò il pompiere, « io... non vorrei disturbare, mi dispiace. È solo per via della sua borsa. Purtroppo è stata rubata. »
« E allora? » rispose la giovane donna, senza aprire gli occhi. « Sarei contenta di essermene liberata. Per questo l'ho data in custodia a lei. Ma non servirà a niente. Torna sempre da me. Ho già tentato di tutto. »
L'uomo smise di suonare. Voltò lentamente la testa e chiese: « Con chi stai parlando, piccola? Chi c'è? »
« Non lo so », rispose lei, sempre a occhi chiusi.
« Qualcuno. »
II pompiere guardò il viso dell'organista e inorridì. Le cavità oculari erano ambedue vuote, l'osso nasale sfondato. La cicatrice di un'orrenda ferita tagliava trasversalmente il viso in due metà.
« Digli di sparire », fece l'uomo. « E subito. »
« Sì, certo », balbettò il pompiere confuso. « Pensavo solo che... a causa della borsa... forse una denuncia... di sicuro ci sono molte cose dentro... voglio dire, cose di valore. »
La donna riprese a parlare a occhi chiusi. « Lei ha sentito un ticchettio, vero? »
« Sì », rispose lui. « La sveglia. »
Lei scosse lentamente la testa. « Una bomba. Ciò che lei ha trascinato in giro per me era una bomba a orologeria. Non c'è altro nella borsa. »
II pompiere deglutì un paio di volte prima di ritrovare la parola.
« Ma... ma una cosa del genere uno non se la porta appresso per ore e ore! »
« Per ore? » ripete lei, mentre il cieco rideva silenziosamente. « Lei è davvero un autentico pompiere! Eppure gliel'ho detto: torna sempre da me. Da anni ormai! Posso provare di tutto. A volte ero così stanca che... »
«Ma per amor del cielo! » La voce del pompiere diede nel falsetto. « La bomba può esplodere da un momento all'altro! »
« Sicuro », esclamò la donna.
« E tutta questa gente qui! Bisogna disinnescarla subito! »
« Ci provi! » disse lei. « Per disinnescare la bomba e necessario aprire la borsa; ma se si apre la borsa esplode. »
« Allora bisogna toglierla di torno! »
« La cerchi! » replicò la donna. « Vedrà, non serve a niente scervellarsi tanto. Possiamo solo aspettare che giunga il momento. »
Aprì finalmente gli occhi, che erano gonfi di pianto.
« Del resto », aggiunse a bassa voce, « non era destinata qui, alla stazione intermedia. »
Prima che la donna finisse di parlare, l'uomo si lasciò cadere dalla panca assieme a lei ed entrambi si voltolarono qua e là sul pavimento. Lei gli allacciò con le gambe i fianchi e gridò con occhi stralunati: « Io voglio arrivare! Non lo capisce, voglio finalmente arrivare! Non voglio altro, solo arrivare! »
Nella loro follia rovesciarono alcuni candelieri, le candele rotolarono sul pavimento di banconote già schizzato di cera che in alcuni punti iniziò a bruciare. Il pompiere si strappò la giacca di dosso e cercò con essa di soffocare le fiamme, ma in questo modo anche la giacca si impregnò di cera liquida e prese fuoco. Solo con gran fatica riuscì a spegnere l'incendio. Quando, con un sospiro di sollievo, si guardò attorno, si accorse di essere rimasto solo nel matroneo. Stizzito, osservò la sua giacca che ormai era rovinata, bruciacchiata in vari punti. « Veramente », brontolò, « io dovevo soltanto prendere la coincidenza. »
« Ottomila novecentoventisette... » rimbombò l'altoparlante, « ottomila novecentoventisei... ottomila novecentoventicinque... »
Dall'altra parte, all'altare, la Miracolosa Moltiplicazione del denaro era proseguita indisturbata. Nessuno fra la massa della marmaglia aveva prestato attenzione a quanto avveniva nel matroneo. Un vecchio sparuto stava ora sul pulpito a sinistra dell'altare. L'enorme naso adunco lo faceva sembrare un avvoltoio. Si era messo in capo una specie di mitra fatta di carta e predicava accompagnandosi con ampi gesti delle braccia.
« Mistero infinito... e beato chi ne ha parte! Il denaro è verità, l'unica verità, alla quale dobbiamo tutti prestare fede. E che la vostra fede sia cieca e incrollabile! È proprio la vostra fede a fare di esso quello che è! Perché anche la verità è una merce e sottostà all'eterna legge della domanda e dell'offerta. Per questo il nostro Dio è un Dio geloso che non tollera altro Dio all'infuori di sé. E tuttavia si è consegnato nelle nostre mani facendosi merce, affinché noi potessimo possederlo e ricevere la sua benedizione… »
La voce del predicatore era alta e stridula e si distingueva appena in mezzo al baccano generale. Il pompiere avanzò a fatica attraverso la calca. Ovunque gli capitassero candele a portata di mano, lui le spegneva, attirandosi addosso sguardi stupiti, turbati o pieni di furore. Non se ne curò. Continuò nella sua opera pur sapendo che era inutile, perché subito, alle sue spalle le candele venivano riaccese. Sempre più una sorda rabbia s'impadroniva di lui.
« II denaro può tutto! » urlò il predicatore. « Unisce gli uomini fra loro attraverso il reciproco dare e avere, può tramutare tutto, lo spirito in materia e la materia in spirito, fa delle pietre pane e crea valori dal nulla, si rigenera in eterno, è onnipotente, è la forma che si è dato Dio per scendere fra noi, è Dio! Là dove tutti si arricchiscono in virtù di tutti, tutti saranno ricchi alla fine, e dove tutti diventano ricchi alle spese di tutti, nessuno pagherà le spese! Prodigio infinito! E quando voi domandate, cari fedeli, da dove venga tutta questa ricchezza, allora io vi dico: essa viene dal futuro profitto di se stessa! Il suo futuro guadagno è ciò di cui ora noi già godiamo. Quanto più denaro è qui tanto più alto sarà il profitto futuro, tanto più è il denaro attuale. Così noi stessi siamo nostri creditori e nostri debitori per l'eternità, e rimettiamo a noi i nostri debiti, amen! »
« Smettetela! » gridò il pompiere, arrampicandosi su per la scala del pulpito. « Basta! Fine! Smettetela subito! È una cosa del tutto insensata. Vi proibisco di continuare! Tutti i presenti sono invitati a sgombrare immediatamente l'edificio. C'è pericolo che... »
Nell'immenso atrio scese a un tratto un silenzio di morte.
« Un miscredente! » strillò un farabutto vicino all'altare. « Come è arrivato fin qui? »
« Lei possiede delle azioni? » gli gridò il predicatore.
« Questo non ha alcuna importanza ora! » urlò il pompiere di rimando. « Sia ragionevole... nel suo interesse! »
« Un miscredente! » mugghiò la folla, « un blasfemo! Uccidetelo! »
Scoppiò un putiferio. Dei miserabili si arrampicarono zoppicando su per la scala del pulpito, mani afferrarono il pompiere, lo strozzarono, lo percossero, lo spinsero giù dalla balaustra; egli cadde battendo violentemente al suolo; colpi di bastone e di gruccia gli grandinarono addosso, piedi lo presero a calci e lo calpestarono, finché rimase completamente immobile.
« Seimila trecentoquattordici... » tuonò l'altoparlante, « seimila trecentotredici... seimila trecentododici... »
Passò del tempo prima che il pompiere riprendesse i sensi e potesse mettersi seduto. Aveva dolori alla testa, un occhio tutto gonfio e sanguinava dalla bocca e dal naso. Si accorse di aver perduto l'elmetto e di avere la giacca e i pantaloni laceri. Ora egli stesso sembrava uno di quei pezzenti che gli si accalcavano nuovamente attorno senza però curarsi più di lui. Tentò di alzarsi in piedi, ma ricadde subito carponi. Tutto prese a girargli intorno, stava male da morire. Vomitò.
Un po' più tardi riuscì a strisciare in mezzo alle gambe di coloro che lo attorniavano e scoprì infine, accostato a una parete, un confessionale che la cera colatavi sopra aveva trasformato in una specie di grotta con stalattiti. Con gran fatica vi si trascinò dentro, chiuse la porta, si appoggiò a un angolo e svenne di nuovo.
Non sapeva da quanto tempo fosse seduto lì, quando fu svegliato da un lieve rumore proprio vicino al suo orecchio. Il chiasso e lo strepito fuori nell'atrio erano identici a prima, ma quel borbottio proveniva dalla piccola grata della parete che divideva in due parti il confessionale e pareva il singhiozzare disperato e sommesso di un bimbo. Il pompiere ne fu stupito perché non aveva notato bambini nella cattedrale. Si mise a guardare attraverso i buchi della grata ma non vide nulla. Sentì invece, fra i singhiozzi, delle parole appena sussurrate:
« Mio Dio, dove sei?... E dov'è finito il mondo...? Non riesco a trovarlo... Non c'è più... io sono già morto... non sono mai venuto al mondo... »
« Chi sei? » chiese il pompiere. « Non volevo ascoltare, ma ero già qui. Scusami! Vorrei dirti soltanto che questa non è che una stazione intermedia, infatti c'è... Ehi, tu, mi senti? Non vuoi parlare con me? »
Ma dall'altra parte restò tutto in silenzio. Egli aprì la porta del confessionale per dare un'occhiata, ma non vide nessuno. Lì c'era soltanto la grossa, pesante borsa da viaggio.
L'unica cosa a essergli rimasta della sua attrezzatura era la scintillante scure che portava al fianco. La tolse dal fodero.
« Ora e qui! » disse ad alta voce. « Ora e qui! »
Con la parte affilata della scure ruppe il lucchetto della borsa e l'aprì lentamente, con gran cautela. Era vuota.
Egli si rizzò in piedi. Un sudore freddo gli colava dalle tempie fin sopra le guance.
«Settecentosessantotto...» tuonò l'altoparlante, «settecentosessantasette... settecentosessantasei...»
E ora, dietro la voce impersonale che scandiva i numeri, si udiva sommesso, ma chiaro e inconfondibile il ticchettio. Diventava sempre più forte e minaccioso. II pompiere riuscì a portarsi fuori dell'atrio. Un paio di volte venne risospinto indietro, ma dopo un po' poté raggiungere i marciapiedi. La voce contava ora ininterrottamente, il ticchettio si era fatto martellante.
« Centocinquantatre... centocinquantadue... centocinquantuno... centocinquanta... centoquarantanove. »
Quando infine fu di nuovo là dove i binari si lanciavano nello spazio vuoto, trovò a terra la tonaca indossata dalla giovane donna. La prese e andò a sedersi sul bordo estremo del marciapiede.
In lontananza vide le nuvole della sera trascinare altre isole attraverso lo spazio crepuscolare, alcune erano buie, alcune illuminate come quella su cui si ergeva la cattedrale della stazione. «Forse un treno è partito » disse il pompiere al vuoto, « non so dove voleva andare, ma forse nel frattempo è arrivata... »
E mentre le sue mani carezzavano la stoffa nera e pesante del logoro indumento, sentì che il ticchettio nell’altoparlante era diventato insopportabilmente forte e che la voce impersonale stava scandendo gli ultimi numeri:
« Sette... sei... cinque... quattro... tre... due... uno… zero... »

martedì 19 gennaio 2010

Lo Specchio nello Specchio - Michael Ende - Terzo Racconto

Giornate fredde e nebbiose, qui nella pianura - la pianura si chiama pianura perchè i fiumi scorrono più piano dice Marco Paolini nello spettacolo "La Macchina del Capo"... e forse, in effetti, ha ragione... -, fredde e nebbiose si diceva, e allora cosa c'è di meglio che riprendere la lettura de "Lo specchio nello Specchio" di Ende? Et Voilà, terzo racconto!


La verticale ben radicata - Edgar Ende

LA CAMERETTA NELLA MANSARDA E’ CELESTE…


LA cameretta nella mansarda è celeste, celesti sono le pareti, il soffitto, il pavimento e i pochi mobili che vi si trovano. Lo studente sta seduto al tavolo e si tiene la testa fra le mani. Ha i capelli arruffati, le orecchie in fiamme, le mani fredde e umide. Freddo e umido è l'intero stanzino. E ora è andata via anche la corrente elettrica.
Egli avvicina il libro e ricomincia da capo. Deve, deve risolvere a ogni costo quel problema. Fra una settimana ha l'esame.
« ...La teoria della relatività ristretta si basa sulla costanza della velocità della luce... P è un punto nel vuoto... P' un punto infinitamente vicino, la cui distanza da P è uguale a d sigma... un punto infinitamente vicino... da P parte al tempo t un impulso luminoso che raggiunge P' nel tempo t+dt...»
Lo studente si sente gli occhi duri e secchi come bottoni di corno. Se li stropiccia con le dita finché iniziano a lacrimare. Appoggiandosi allo schienale della sedia, da uno sguardo in giro alla mansarda, un tramezzo di truciolato che lui stesso ha costruito due anni prima in un angolo dell'ampio solaio. Allora gli piaceva il celeste, adesso non più. Ma non ha tempo di cambiare alcunché. Ne ha perso anche troppo, di tempo.
Gli permetteranno di continuare ad abitare lì? Paga l'affitto, certo, ma ben poco. Proprio per questo si è stabilito lì. Chi è senza soldi non può avere molte pretese. Ma ora che è morto il vecchio proprietario forse gli aumenteranno l'affitto. E allora dove andrà? E proprio in quel momento, prima dell'esame. Come fa uno a concentrarsi se non sa neppure dove sarà l'indomani? Se soltanto gli eredi si mettessero una buona volta d'accordo! Almeno saprebbe che pesci pigliare!
Allontana il libro e si alza. È pallido e alto, anche troppo alto. Per non urtare il soffitto deve incassare la testa fra le spalle. Vuole sapere come stanno precisamente le cose, ora, subito, in modo da poter continuare a lavorare senza preoccupazioni.
L'immenso solaio che attraversa è stipato degli oggetti più impensabili, mobilia, vasi giganteschi, animali impagliati, bambole a grandezza naturale, macchine e ingranaggi misteriosi. Scende le ampie scale e percorre la lunga galleria dove sono appesi migliaia di specchi ciechi, specchi grandi e piccoli, piani e curvi che riflettono mille volte, ma sfocata, la sua immagine.
Finalmente arriva in una delle grandi sale. Ha l'aspetto di un museo etnologico dopo un saccheggio. Le vetrine sono per lo più infrante, i gioielli e gli oggetti di valore che vi erano esposti sono stati scaraventati fuori. Sarcofaghi da mummie sono stati forzati, sul pavimento giacciono ammucchiati cocci di vasellame, le armature sono messe tutte sbilenche e vestiti da festa aztechi composti di piume di colibrì cadono in pezzi, rosi dalle tarme.
Lo studente si ferma guardandosi attorno stupito. Come può essere andato tutto così in rovina dall'ultima volta che è stato lì?
Ma quando è stato lì per l'ultima volta? Era ancora vivo il vecchio proprietario? Probabilmente sì. In realtà lui non ha mai avuto modo di vederlo in viso. Solo il suo vecchio domestico, un uomo dal volto severo e un contegno dignitoso e solenne.
Proprio mentre lo studente sta ancora pensando, il domestico fa il suo ingresso nella sala. Tiene un grosso piumino da spolvero sotto il braccio, ha la livrea sudicia e lacera e i capelli bianchi in disordine, e - sì, davvero! - vacilla un po' nel camminare, fa gesti scomposti con le mani e borbotta fra sé.
« Buon giorno! » dice lo studente, cortese. « Per favore potrebbe dirmi... »
Ma il vecchio domestico gli passa accanto gesticolando e non sembra accorgersi di lui. Lo studente lo segue.
« Assurdo! » mormora il domestico con un gesto risoluto. « Iniziare è del tutto assurdo. Buon dì, mio caro giovane. »
Lo studente è alquanto confuso. « Che cosa intende dire? »
« Non ha importanza che cosa! » grida il domestico. « Un inizio è sempre un'assurdità mostruosa. Perché? Perché non esiste! Forse che la natura conosce un inizio? No! Dunque iniziare è contro natura. E nel mio caso? È altrettanto assurdo. Una prova? Gliela do subito. »
Sfila una bottiglia di tasca, si rovescia un sorso in gola, si scuote, rutta e rimette via la bottiglia con cura. Lo studente sta per porgli la sua domanda, ma già il vecchio riprende a parlare:
« Bisogna pensare » - si batte più volte la fronte - « bisogna pensare con obiettività! È chiaro, giovanotto? E se io penso con obiettività, allora devo dire a me stesso che non esiste la benché minima possibilità che io, un uomo solo e debole, possa fare qualcosa per cambiare la situazione. Chi sono io per avere il coraggio di farlo? Un vecchio snervato dallo sforzo incessante di pensare, ecco chi sono. Non mi contraddica! »
Ritira fuori la bottiglia, beve e si asciuga la bocca con la manica. « Bisogna vivere basandosi sull'intelletto, capito, giovanotto? Basandosi sulla conoscenza! Ma non è affatto semplice. Meno che mai nella vita di tutti i giorni. Anche supposto che io mi getti nella lotta inutile contro il predominio di tutta questa massa sonnecchiante di polvere... cosa otterrò? Nulla, assolutamente nulla, questo mi dice la logica. A parte forse un peggioramento della situazione già di per sé
disperata. Un esempio: ora aprirò quella tenda e vedrà che si strapperà subito. »
Tira la pesante tenda alla finestra ed essa subito si strappa, cadendo a terra in una nube di polvere.
« Un altro esempio », continua il vecchio, imperterrito. « Proverò ad aprire la finestra e mi cadrà subito addosso. »
Prova ad aprire la finestra e subito gli cade addosso. I vetri s'infrangono con un gran tintinnio al suolo.
Il domestico guarda lo studente con aria trionfante.
« Come le avevo detto, questo dimostra tutto. Il caos cresce a ogni nostro tentativo di dominarlo. La cosa migliore sarebbe starsene quieti e non fare più nulla. »
Beve ancora un sorso.
« Ah », esclama lo studente, guardandosi attorno distrattamente, « lei vuole mettere ordine qui dentro? »
« Spolverare! » lo corregge il vecchio domestico. « Spolverare, come ho fatto per tutta la vita. Ma lei stesso può vedere quello che resta di tutta la nostra fatica e della pena che ci siamo dati: polvere. O meglio: cenere. Polvere all'inizio e cenere alla fine. Non cambia niente. In ogni caso è come se uno non fosse mai esistito. Uno se ne va senza lasciare alcuna traccia di sé, questa è la cosa peggiore. »
« Comunque », fa lo studente, gentile, tanto per dire qualcosa di incoraggiante, « un po' d'aria fresca entra anche qui dentro. Dalla palude giunge il fischio dei beccaccini che vi si vanno a posare. È già qualcosa. »
II vecchio ridacchia e tossisce. « Sì, sì, la cara natura. Non fa che seguire il suo corso, se ne frega dei nostri problemi. Non ha neppure bisogno di prendere delle decisioni, come invece devo fare io. Ma no, l'uomo non è un uccello, non ha ali. L'uomo deve vivere basandosi sulla conoscenza obiettiva delle cose, per questo ha il cervello, mio caro giovane! Questa è la morale. Morale significa: le cose non sono così semplici. Se ne ricordi, giovanotto! Io devo ricominciare da capo a riflettere sul problema. »
« Vedo che lei non si lascia scoraggiare con tanta facilità », dice lo studente. « Ma prima non potrebbe darmi una piccola, rapida informazione? »
II domestico non lo ascolta. Corre nella sala successiva parlando fra sé e sé. « II problema è questo: se davvero iniziare è assurdo, allora ha senso non iniziare affatto. Ergo: lascio le cose così come stanno. »
« Giusto! » esclama lo studente correndogli dietro. « Lasci stare. »
« Una soluzione plausibile! » II vecchio domestico ride con aria furbesca. « Ma ora rifletta un po', giovanotto: cos'è la vita umana? »
Lo studente lo guarda e sorride perplesso. « Be', a dire il vero, non vorrei prendere a questo riguardo una posizione troppo precisa... »
II vecchio gli picchietta col dito sul petto, alitandogli in faccia. « Combattere una battaglia perduta, questa è la vita! » dice scandendo ogni parola. « E in che cosa consistono la grandezza, l'appello di natura morale, l'imperativo etico? Glielo dico io, giovanotto: anche se tutto è privo di senso, bisogna comunque intraprendere qualcosa! Perché? Perché l'uomo deve fare quello che è in suo potere di fare! »
« Bravo! » esclama lo studente, mentre cerca di evitare il suo alito.
« Lo riconosco apertamente », continua il domestico, « or ora sono riuscito a mettermi io stesso con le spalle al muro. Non c'è scampo! E ti pare poco? »
« Lei è davvero un pensatore rigoroso », osserva pronto lo studente.
Il vecchio tira un profondo sospiro e allarga le braccia. « Sono qui in qualità di custode e di uomo», grida attraverso la fuga di stanze, « ho contro di me tutta la supremazia senza speranza del caos e ho preso una decisione irrevocabile. »
A un tratto crolla, afferra il braccio dello studente e vi si aggrappa. « Se qualcuno non mi strappa all'ultimo momento dall'abisso », sussurra spaventato, « comincerò immancabilmente a togliere polvere, con conseguenze, caro giovane, incalcolabili! »
Ma lo studente non è stato ad ascoltare e si divincola dal vecchio. Qualcosa ha catturato completamente la sua attenzione. Al centro della seconda sala, visibili attraverso la porta aperta, delle persone stanno sedute attorno a un grande tavolo rotondo. Non si possono distinguere bene, perché la sala è immersa nella penombra, ma lo studente non dubita che siano gli eredi che stanno trattando.
« Per favore, mi dica », bisbiglia al vecchio, indicando in direzione del tavolo, « si sa già qualcosa di preciso? »
« Grazie », risponde il domestico, anche lui a bassa voce, « grazie per avermi distratto. Purtroppo non posso dirle altro che no, non si sa ancora niente. »
« Oh, comincio a essere stufo! » esclama lo studente, avviandosi deciso verso il tavolo. « Devo soltanto chiedere... »
Ma il vecchio lo afferra per la manica e tenta di trattenerlo. « Per amor del cielo, non disturbi i signori. Non adesso! Non è assolutamente possibile! »
Lo studente si arresta e, senza perdere d'occhio gli eredi, spiega a mezza voce: « Devo soltanto sapere se posso restare o se invece devo cercarmi un'altra sistemazione, cerchi di capire! Una cosa del genere richiede il suo tempo e in questo momento io non ho proprio tempo da perdere. Fra una settimana ho l'esame e, se domani o dopodomani decidono di buttarmi fuori di qua, sono davvero nei guai ».
« La capisco bene », dice il vecchio, carezzandogli una guancia. « Solo, abbia un po' di pazienza. Voi giovani siete sempre così impazienti. Se lei insiste, guarderò di informarmi io stesso per suo conto alla prossima occasione. »
« Questo me lo ha già promesso due settimane fa! »
« È vero; purtroppo i signori non si sono ancora accordati su chi fra loro diventerà il nuovo proprietario. »
« Va un po' per le lunghe, non le pare? »
« Dipende dai punti di vista. Per queste cose c'è bisogno di tempo. Ma di ora in ora si avvicinano sempre più all'accordo, mi creda! Stanno compiendo ogni sforzo. Ma è molto, molto difficile arrivare a una soluzione in queste particolari circostanze. »
« Mi pare comunque che se ne stiano abbastanza tranquilli. Non parlano neppure fra di loro! »
« Sì, purtroppo sono giunti ancora una volta a un punto morto. Riflettono per vedere di trovare una nuova base d'intesa. Non li disturbi, altrimenti durerà ancora più a lungo! »
Ma lo studente si strappa con violenza dal domestico e si dirige deciso verso il tavolo attorno al quale siedono gli eredi. Avvicinandosi, nota che essi se ne stanno rigidi e immobili come mummie. Uno spesso strato di polvere ne copre le teste, le barbe, gli abiti, gli occhiali. Tra di loro pendono ragnatele che ondeggiano piano nella corrente d'aria. Senza parole, lo studente fissa il domestico e indica in quella direzione.
« Sì », mormora questi imbarazzato, « quasi come amache, vero? »
Lo studente guarda anche sotto il tavolo e le sedie. Dappertutto, in mezzo alla polvere, si vedono le impronte di minuscole zampette. Sicuramente isopodi o coleotteri.
« Ne vuole un sorso? » domanda il vecchio, porgendo la bottiglia allo studente. « Questo spettacolo fa venire sete, non trova? »
Lo studente annusa la bottiglia e si ritrae all'istante. « Dio mio, ma che cosa c'è dentro? »
« Aceto », spiega il vecchio, ritrovando tutto a un tratto il suo contegno solenne e dignitoso di sempre. « Aceto e fiele. Una mistura rinomata. Rende lucidi di mente. L'unico modo per recuperare il raziocinio in questa situazione che tanto turba la coscienza. Come vede, sono un bevitore alla rovescia. Ci si abitua a tutto. Anche lei si abituerà. »
« Non credo proprio », risponde lo studente. « Cosi come non riesco nemmeno ad abituarmi a questa maledetta incertezza, all'idea di non sapere che sarà di me e della stanza. »
« Oh », fa il vecchio con un sorriso triste, « questo è solo l'inizio. Però, a essere sincero, anch'io non credevo che le cose si sarebbero trascinate tanto per le lunghe. Avevo pensato che una volta aperto il testamento del defunto avremmo saputo subito che pesci pigliare. »
« E invece che cosa è successo? »
II vecchio beve un sorso. « In realtà non è successo niente. » Tappa la bottiglia e la rimette in tasca.
Lo studente cammina lento attorno al tavolo e guarda una dopo l'altra le facce polverose degli eredi. Soffia su di una e solleva una nube.
Sospira e si siede sul sofà foderato di damasco che si sfascia di botto sotto il suo peso. Si rialza a fatica e si scuote la polvere di dosso.
« Se vogliono che resti ancora qualcosa », dice, « farebbero bene a non tirarla tanto per le lunghe.»
« Sono perfettamente d'accordo », risponde il domestico, scopettandolo con il piumino.
« Quanto crede che durerà ancora? »
« È difficile a dirsi, forse poco, o forse no. »
« Ma intanto posso contare sulla possibilità di tenere ancora per un pochino la mansarda, vero? »
« Io non ci farei troppo affidamento, giovanotto. »
« Merda! » dice lo studente con voce sommessa. « Che idiozia restare così per aria. »
II vecchio ride tossendo di nuovo. « Siamo tutti in una situazione incerta, lei, gli eredi, i loro parenti, persino io. » Si porta la mano al collo come se fosse appeso a una corda. « E inoltre i piedi si ghiacciano facilmente. » Tossisce ancora.
« Gli eredi? » chiede lo studente. « Perché? »
« Perché i signori non sanno come comportarsi fra loro, con chi devono mantenersi in buoni rapporti e con chi no. Ognuno può diventare un giorno importante per l'altro e nessuno si può permettere di guastarsi del tutto con qualcuno. Perciò si odiano in silenzio e si squadrano con occhi che sembrano bocche di rivoltella. La cosa peggiore è però che ognuno di loro si è trascinato dietro una quantità enorme di parenti che si sono sistemati in tutti gli angoli della casa. Ma noi non siamo in grado di accogliere tanti ospiti, così si sono già costruiti capanne e bungalow nelle sale di sotto, distruggendo mobili antichi e pregiati e strappando le tavole del rivestimento. Ultimamente hanno perfino installato delle cucine sul parquet per cuocersi i pasti. I cavi elettrici della casa non ce la fanno a sopportare tutte le stufe, tutti i fornelli, le radio, i televisori e chissà che altro ancora. Prima o poi scoppierà un incendio pauroso. Io vado in giro a implorarli, ma loro mi rispondono: Perché proprio io? Nessuno vuole sacrificarsi se prima non lo fanno gli altri. All'inizio tutto ciò era visto soltanto come una sistemazione provvisoria, ma nel frattempo i signori hanno messo radici nella provvisorietà. Ci sarebbe da piangere. »
II vecchio tira fuori un fazzoletto tutto sporco e si soffia il naso.
« Io non mi sono accorto quasi di nulla », dice lo studente, turbato, « salvo che la corrente è mancata spesso. »
« E anch'io mi trovo per aria », continua il vecchio con voce lamentosa, « lei non può farsene neppure un'idea, caro giovanotto! Tutti i signori mi considerano il loro domestico personale: Faccia questo! Mi procuri quell'altro! Ma al più presto! E io non posso ribellarmi, perché ognuno potrebbe diventare un giorno il nuovo padrone. Non ce la faccio più a soddisfare tutte le loro pretese! Si figuri che si servono di me addirittura per spiarsi a vicenda. E io, io non posso guastarmi con nessuno. Proprio a me doveva capitare, che sono abituato a vivere con senno e ragionevolezza! È davvero l'inferno! »
II vecchio si asciuga gli occhi col fazzoletto. « E cosa accadrà poi, quando la questione sarà risolta? Che ne sarà di me? Mi dica un po' lei! Conserverò il mio posto? Mi pagheranno almeno per il lavoro immane che ho fatto? Oppure, nonostante tutte le mie fatiche, mi getteranno sul lastrico, vecchio e malandato come sono? Questa spada di Damocle sospesa sulla mia testa, lei lo capirà bene, fiacca il mio zelo. E in questo modo sego io stesso il filo al quale è appesa la spada. Gli uomini sono crudeli! Mio caro giovane, lei ha davanti a sé una persona disperata! »
Il vecchio si appoggia singhiozzando al petto dello studente. Questi lo conforta imbarazzato e mormora: « In realtà io dovrei studiare... ma in questi ultimi tempi ho sgobbato tanto, giorno e notte, che forse un po' di movimento mi farà bene. Quindi, se posso darle una mano... »
Il vecchio si consola all'istante.
« Ma sicuro », dice, « il lavoro manuale fa molto bene alla salute, quasi quanto il sonno. Ecco, prenda il piumino e cominci subito! Ma, per favore, stia attento a non rompere niente! »
Va alla porta, si volta di nuovo e aggiunge brusco: « Passo più tardi a controllare se hai lavorato bene. Guarda dunque di mettercela tutta, ragazzo, sennò ti faccio vedere chi sono io! Spicciati, che aspetti? »
Esce, mentre lo studente, stupito, lo segue con lo sguardo. Poi, con un lieve sorriso, scuote le spalle e comincia a spolverare. Si interrompe tossendo in mezzo a una nube di polvere, e sprofonda in riflessioni.
« Un momento », mormora fra sé, « com'era? Devo annotarlo... »
Si dirige verso il tavolo attorniato dagli eredi perfettamente immobili e si mette a scrivere col dito nella polvere.
« d sigma elevato al quadrato uguale a e elevato al quadrato dt elevato al quadrato... se si introduce l'immaginaria coordinata temporale radice di meno uno c t uguale a x quattro, allora la legge della costanza della velocità della luce è ds elevato al quadrato uguale a dx uno elevato al quadrato più dx due elevato al quadrato più dx tre elevato al quadrato più dx quattro elevato al quadrato uguale zero... »
Avvicina una sedia al grande tavolo, si siede fra due eredi, appoggia la testa a una mano e riprende i suoi calcoli.
« Poiché questa formula esprime un contenuto reale, anche la formula ds deve avere un significato reale anche quando i punti adiacenti del continuo quadridimensionale di spazio-tempo sono posti in modo tale che ds sparisca... no, alt, non sparisce... non sparisce... non... »
Reclina pian piano la testa sul tavolo e, con la guancia sopra le formule scritte nella polvere, si addormenta tranquillo, respirando profondamente come un bambino.

lunedì 18 gennaio 2010

Piazza Fontana, una riflessione

Pubblico qui di seguito un articolo apparso sul numero di dicembre di Kronstadt, come dice il titolo, una semplice riflessione a 40 anni dalla strage di quel, purtroppo, ben noto dicembre del '69. Nella speranza che sia utile a far riflettere altre persone oltre il sottoscritto. Buona Lettura.



Ragionare di Piazza Fontana

Ragionare di Piazza Fontana non è semplice, lo si può osservare proprio fra le pagine di questo giornale. Per qualcuno ha voluto dire approfondire un capitolo del libro di storia che nelle scuole viene appena appena accennato, per altri è stata l'occasione di esternare una serie di interessi che difficilmente si discuteranno mai in una serata tra amici, per altri ancora ha richiesto lo sforzo di tornare con la memoria a quegli anni, a quei giorni, a quelle sensazioni che, secondo l'età, erano capite, intuite o solo provate, come un brivido ghiacciato, giù, lungo la schiena.
Date, protagonisti - nel bene o nel male - vicende e il quadro generale si potranno trovare leggendo gli articoli di queste pagine, ottimi strumenti per avvicinarsi e per approfondire l'intera vicenda. Fra queste righe invece troverete solo una riflessione... una, come dire, "voglia di poterci fare qualcosa" che non posso credere essere un caso unico, nemmeno raro, ma che voglio immaginare come la normale conseguenza della lettura di questo numero.

Ciò che dà origine a tale riflessione è semplice: il fatto che a quarant'anni da questa strage la vicenda giudiziaria si sia conclusa con una assoluzione per i tre imputati, responsabili non solo delle vittime di quel giorno, ma della vita politica e sociale di quelli e degli anni a seguire, è fatto sconcertante ma non deve stupire. La Magistratura e le Forze di Polizia, anche quando lavorano nel pieno delle loro potenzialità operano in un ambito molto delicato, legati alla sminuente realtà dei fatti concreti, delle prove tangibili, delle testimonianze credibili. Se le prove non ci sono, se i fatti vengono confusi, annebbiati, e se le testimonianze, i collegamenti, i nomi sono nascosti dietro la parola omissis sulle bocche dei testimoni e, di conseguenza, nei verbali, poco può fare la Giustizia. Alla Magistratura compete la comminazione della giusta pena una volta individuato il colpevole, se e quando questo colpevole si possa individuare.

A questa triste conclusione era giunto già Valpreda anni or sono, e ne parlò in una intervista a Sergio Zavoli recentemente riproposta in televisione. Alla domanda di Zavoli: “Si saprà mai la verità, e a quali condizioni? Lei crede ancora nella Giustizia?” Valpreda rispondeva: "Credere nella verità non comporta necessariamente credere nella Giustizia... negli ultimi tempi abbiamo visto che forse credere alla verità è porsi in maniera antitetica con la giustizia... io per conto mio sono convinto che alcune verità non... non si sapranno più... non credo che anche aprendo tutti gli archivi dei servizi segreti possano emergere delle verità, potrebbero emergere delle indicazioni potrebbe emergere delle ammissioni delle non-responsabilità forse ma la colpevolezza non credo più che si trovi...”.

La sapeva o forse la immaginava Pasolini quando concluse quel suo famoso editoriale dal titolo decisamente esplicativo, "Io so", con le parole "Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.”
A chi spetta allora, non conoscere la verità che già è conosciuta ma, ristabilire la verità, interrompere questo paradosso storico che si ripete quotidianamente su fatti più o meno gravi?
Ebbene io credo che competa a questa intera società che vuole definirsi civile, credo che a questo finto insieme eterogeneo di individui competa l'impegno civile e sociale, la volontà di studiare il fatto, di comprenderlo e di assimilarlo, l'individuazione delle colpe a qualsiasi livello siano. Al libero cittadino, che su questi fatti ha riflettuto e ha dimostrato di voler comprendere senza pregiudizi, senza discriminazioni di parte, con una onestà intellettuale che è specchio dell'onestà dell'individuo, non deve e non può essere tolta la possibilità di accusare e di continuare ad accusare i colpevoli di un simile fatto.

Non importa che questi siano stati assolti dalla giustizia per mancanza di prove, per vizio di forma o per cavilli burocratici, perché la prova più grande, la prova definitiva e schiacciante della loro colpevolezza rimane indelebile nella storia della nostra Repubblica.
E quasi sembra ancora di sentire cantare da Fabrizio quel verso che oggi pare così attuale e che deve suonare come un monito per tutti quanti inutilmente credano che la questione di Piazza Fontana sia un capitolo chiuso legato al passato: "Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti."

M.S.

giovedì 15 ottobre 2009

L'informazione e la buona televisione

Tra i temi caldi di questo autunno che, climaticamente, si presenta più freddo del solito, troviamo sicuramente in primo piano l'informazione con tutti i suoi annessi e connessi. Tralasciando per un secondo la questione sullla libertà d'informazione, chiaramente importantissima, vediamo un'altra tematica spesso toccata da opinionisti e intellettuali o pseudo tali.

Sentiamo ripeterci continuamente da ogni parte che la qualità della nostra televisione è pessima e difendere i nostri canali è cosa alquanto difficile. Però... però la qualità della televisione dipende purtroppo anche dalla qualità dei suoi ascoltatori e questo è altrettanto difficile da negare quanto l'affermazione precedente. Eppure in questo grigio panorama di talkshow e reality da quattro soldi dei casi di buona televisione esistono.

Prendiamo ad esempio la situazione di Mamma Rai - il discorso sulla qualità della programmazione Mediaset è molto più complesso... ahimè -.

Da qualche anno, un po' per scelta etica e sociale, un po' per questioni economiche, ho rinunciato ad avere un televisore. I film si guardano in DVD sul computer e senza pubblicità, meglio di così non si può, ma i programmi di qualità, quelli di approfondimento e di cultura?
Semplice: c'è il sito della Rai, un buon esempio di risorsa da sfruttare.

Tra dirette in streaming, podcast e trasmissioni da rivedere c'è solo l'imbarazzo della scelta, il tutto gratuitamente - basta un semplice abbonamento internet che ormai non può mancare in casa -. Dove sono gli esempi di buona televisione? Beh, anche in questo caso, come nella televisione normale, vanno cercati, ma una volta trovati si possono inserire in una comoda playlist e gustarseli tutti senza interruzioni pubblicitarie. Tutte le puntate di Report, di In Presa Diretta di Riccardo Iacona, Passepartout di Philippe Daverio e tanti tanti altri programmi che rappresentano i buoni esempi di una televisione utile e non solo di intrattenimento.

Inoltre, sempre sul sito Rai, è possibile ascoltare o scaricare come podcast i programmi delle emittenti radio di proprietà statale... e all'elenco allora vanno aggiunti ottime trasmissioni come La storia in Giallo, Rosso Scarlatto, Il Terzo Anello - Ad Alta Voce, etc. etc. e ci si può anche abbonare al servizio podcast e con Itunes scaricare le nuove puntate disponibili, sempre di ottima qualità.

Un discorso simile vale per l'emittente televisiva La7. Purtroppo niente streaming, ma buoni contenuti da scaricare e a cui abbonarsi con servizio podcast.

E Mediaset? Beh... guardate il sito e giudicate voi stessi...
Per tutto il resto: buona visione!

venerdì 24 aprile 2009

Lo Specchio nello Specchio - Michael Ende - Secondo Racconto

Un angelo e l'uomo con le ali - Edgar Ende


Come promesso, cercando di colmare qualche lacuna del mercato editoriale italiano, ecco il secondo racconto della raccolta "Lo Specchio nello Specchio" di Michael Ende.

Buona Lettura.

SOTTO L’ESPERTA GUIDA DEL PADRE E MAESTRO…


SOTTO l'esperta guida del padre e maestro, il figlio aveva desiderato ardentemente di possedere le ali. Per molti anni, in lunghe ore di lavoro nei suoi sogni, era andato fabbricandosele, penna dopo penna, muscolo dopo muscolo, ossicino dopo ossicino, finché esse avevano pian piano assunto forma. Le aveva fatte crescere nella giusta posizione dalle scapole (era particolarmente difficile percepire con esattezza la propria schiena in sogno), e a poco a poco aveva imparato a muoverle nella maniera adeguata. Aveva messo a dura prova la propria pazienza continuando a esercitarsi finché, dopo innumerevoli tentativi falliti, era riuscito per la prima volta a sollevarsi per un breve istante da terra. Ma poi aveva acquistato fiducia nella propria opera, grazie all'incrollabile benevolenza e severità con cui il padre lo guidava. Col passare del tempo si era talmente abituato
alle ali che le considerava in tutto e per tutto una parte del suo corpo, al punto da avvertire in esse sensazioni di dolore o di benessere. Infine aveva cancellato dalla memoria gli anni trascorsi senza possederle. Le aveva avute fin dalla nascita, al pari degli occhi o delle mani. Era pronto.
Non era affatto proibito lasciare la città-labirinto. Al contrario, chi vi riusciva veniva considerato un eroe, un uomo di grande talento, e della sua leggenda si continuava a parlare a lungo. Ma ciò era consentito solo alle persone felici. Le leggi cui sottostavano gli abitanti del labirinto erano paradossali, ma immutabili. Una delle più importanti diceva: Soltanto chi lascia il labirinto può essere felice, ma soltanto chi è felice può uscirne.
Però le persone felici erano rare nei millenni.
Chi era disposto a tentare doveva prima sottoporsi a un esame. Se non riusciva a superarlo, la punizione non cadeva su di lui, ma sul suo maestro, ed essa era dura e crudele.
Il viso del padre si era fatto estremamente serio, allorché gli aveva detto: « Ali di questo tipo portano soltanto chi è leggero. Ma è solo la felicità a rendere leggeri ». Poi aveva fissato a lungo il figlio con sguardo indagatore e infine gli aveva chiesto: « Sei felice? »
Oh, se si trattava di quello non c'era alcun pericolo. Era tanto felice che pensava di potersi librare in aria anche senza ali, dal momento che amava. Amava con tutto l'ardore del suo giovane cuore, amava senza riserve e senza ombra di dubbio. E sapeva che il suo amore era corrisposto altrettanto incondizionatamente. Sapeva che la sua amata lo stava aspettando e che al termine del giorno, dopo aver superato l'esame, sarebbe andato da lei nella sua stanza celeste. Allora, leggera come un raggio di luna, si sarebbe adagiata fra le sue braccia e, uniti in quell'interminabile amplesso, si sarebbero librati sopra la città lasciandosene alle spalle le mura come un giocattolo per il quale erano diventati ormai troppo grandi; avrebbero volato sopra altre città, sopra foreste e deserti, mari e montagne, avanti, sempre più avanti, fino ai confini del mondo.
Sul corpo nudo egli non portava altro che una rete da pesca che lo seguiva, come un lungo strascico, per le strade e i vicoli, i corridoi e le stanze, secondo il cerimoniale prescritto per quell'ultimo, decisivo esame. Era certo di riuscire ad assolvere il compito che gli era stato assegnato, sebbene non lo conoscesse. Sapeva solo che esso si confaceva sempre alla natura dell'esaminando. Perciò non era mai uguale a quello di un altro. Si poteva dire che il compito consisteva proprio in questo, nell'indovinare, in base a un'effettiva conoscenza di sé, in che cosa consistesse. L'unica rigida norma alla quale doveva attenersi era quella di non entrare, per nessun motivo, per la durata dell'esame, cioè fino al tramonto, nella stanza celeste della sua amata.
Altrimenti sarebbe stato subito escluso da tutto il resto.
Sorrise, ripensando all'espressione grave, quasi furente, con cui il suo adorato, benevolo padre gli aveva comunicato il divieto. Non provava in sé la benché minima tentazione di trasgredirlo. A questo riguardo non c'era alcun pericolo, poteva stare tranquillo. In fondo non era mai riuscito a capire bene tutte quelle storie in cui qualcuno, proprio a causa di un tale divieto, si era sentito irresistibilmente spinto a violarlo. Camminando per le strade e gli edifici ingannevoli della città-
labirinto, era già passato più volte davanti al fabbricato a forma di torre al cui ultimo piano, quasi sotto il tetto, abitava la sua amata, e due volte persino davanti alla sua porta, al numero 401. E aveva proseguito, senza neppure fermarsi. Ma il vero esame non poteva consistere in questo. Sarebbe stato troppo, troppo semplice.
Ovunque gli capitasse di andare, si imbatteva in infelici che lo seguivano con occhi pieni di ammirazione, di rimpianto o anche d'invidia. Molti li conosceva già, sebbene gli incontri fra le persone non potessero mai essere provocati intenzionalmente. Nella città-labirinto la posizione e la disposizione delle case mutavano di continuo, cosicché era impossibile darsi appuntamenti. Ogni incontro era casuale o voluto dal destino, a seconda di come lo si volesse intendere.
D'un tratto il figlio avvertì che qualcosa tratteneva la rete dietro di lui e si voltò. Seduto sotto l'arco di un portone, vide un mendicante con una gamba sola, che aveva infilato una delle stampelle nelle maglie della rete.
« Che fai? » gli chiese.
« Abbi pietà! » rispose il mendicante con voce roca. « Per tè non sarà un gran peso, mentre a me darà molto sollievo. Tu sei un uomo felice e potrai sfuggire al labirinto. Ma io resterò qui per sempre, perché non sarò mai felice. Perciò ti prego, porta via con te almeno un po' della mia infelicità. Così prenderò anch'io un minimo di parte alla tua salvezza. Sarebbe una consolazione per me. »
Raramente le persone felici sono dure d'animo: propendono alla compassione e desiderano far partecipi anche gli altri della propria ricchezza.
« Bene », disse il figlio, « sono contento di poterti rendere un favore per così poco. »
Già al successivo angolo di strada incontrò una donna dal volto emaciato, vestita di stracci, assieme a tre bambini mezzo morti di fame.
« Non vorrai certo negarci quanto hai concesso a quello là », gli disse, piena d'odio.
E attaccò alla rete una piccola croce da sepolcro.
Da quel momento la rete si fece più pesante, sempre più pesante. Di infelici ce n'erano in gran quantità nella città-labirinto e ognuno di loro, imbattendosi nel figlio, attaccava qualcosa alla rete, una scarpa o un gioiello prezioso, un secchio di latta o un sacco colmo di denaro, un capo di vestiario o una stufetta di ferro, una ghirlanda di rose o un animale morto, un utensile o addirittura, in ultimo, il battente di una porta.
Si avvicinava la sera e con essa la fine dell'esame. Il figlio, piegato in avanti, procedeva a fatica, passo dopo passo, quasi dovesse lottare contro una bufera violenta e silenziosa. Il suo viso grondava sudore ma egli era ancora pieno di speranza, perché credeva di aver capito in che cosa consisteva il suo compito e, nonostante tutto, si sentiva abbastanza forte per portarlo a termine.
Poi venne il crepuscolo e ancora nessuno era comparso per dirgli che quanto aveva fatto bastava. Senza sapere come, era arrivato, con l'infinito carico che si trascinava dietro, alla terrazza sul tetto dell'edificio a torre in cui si trovava la stanza celeste della sua amata. Non aveva mai notato che da lì si scorgeva in basso una spiaggia, ma forse fino a quel momento non era mai stata in quel luogo. Il figlio divenne profondamente inquieto nel rendersi conto che il sole si stava già immergendo dietro l'orizzonte caliginoso.
Sulla spiaggia c'erano quattro persone che, come lui, avevano le ali, e, sebbene non potesse vedere colui che parlava, udì chiaramente che venivamo dichiarate libere. Gridò verso il basso chiedendo se lo avessero dimenticato ma nessuno gli prestò attenzione. Con mani tremanti armeggiò attorno alla rete, ma non riuscì a togliersela di dosso. Gridò ancora a lungo, chiamando ora il padre perché venisse ad aiutarlo, mentre si sporgeva il più possibile dal parapetto.
All'ultima, morente luce del giorno, vide laggiù la sua amata completamente avvolta in veli neri venire condotta fuori della porta. Apparve quindi, tirata da due morelli, una carrozza nera il cui tetto era costituito da un unico grande ritratto, il viso colmo di dolore e di disperazione del padre. L'amata salì nella carrozza e il veicolo si allontanò fino a sparire nell'oscurità.
In quel momento il figlio comprese che il suo compito era stato quello di disubbidire e che non aveva superato l'esame. Sentì le sue ali create in sogno avvizzirsi e cadere a terra come foglie d'autunno, e capì che non avrebbe più potuto volare ne essere felice e che per il resto della sua vita sarebbe rimasto nel labirinto. Perché adesso vi apparteneva.
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